I misteri della placenta

I ricercatori dell’Università di Stanford hanno scoperto i primi importanti indizi sulle origini evolutive della placenta.

La placenta si forma all’interno dell’utero della mamma e ha la funzione di favorire lo scambio di aria e sostanze nutritizie tra la madre e il feto. È espulsa dal corpo materno dopo la nascita del bambino: è il solo organo a svilupparsi in età adulta, spiegano i ricercatori, e l’unico con una precisa data di “scadenza”.

Lo studio, pubblicato su Genome Research, studia questo organo, straordinario e complesso, secondo una prospettiva differente: quella genetica.
L’evidenza degli studi effettuati suggerirebbe, infatti, che la placenta degli umani e di altri mammiferi abbia attraversato degli stadi evolutivi: a partire da un semplice tessuto che attecchiva all’interno dei gusci delle uova permettendo agli embrioni dei nostri lontani antenati, uccelli e rettili, di venire a contatto con l’ossigeno.

Altri studi ipotizzano che la placenta abbia un’importante funzione di barriera che determinerebbe, anche in età adulta, il rischio di esposizione a patologie di varia natura.

“La placenta – commenta Julie Baker, una delle autrici dello studio – sembra avere un ruolo critico per la salute del feto e della mamma. Tuttavia, non sappiamo praticamente nulla su come si sia evoluta e su quali siano esattamente tutte le sue funzioni”.

I ricercatori di Stanford hanno iniziato la loro ricerca a partire dai geni attivi nella placenta delle femmine di topo incinte, scoprendo che la placenta si sviluppa in due fasi distinte.

Durante la prima fase, che intercorre dall’inizio della gravidanza fino a metà della gestazione, le cellule della placenta attivano i geni comuni a uccelli e rettili. Questo particolare ha indotto i ricercatori a ipotizzare che la placenta dei mammiferi si sia evoluta attraverso i geni ereditati più di 120 milioni di anni fa.

Nella seconda fase evolutiva, le cellule della placenta dei mammiferi sono passati a nuovi geni specie-specifici.

È ragionevole considerare, precisano i ricercatori, che ogni animale abbia bisogno di un diverso corredo di geni. “Un’orca incinta ha esigenze diverse rispetto a una femmina di topo, di qui le diverse soluzioni ormonali per risolvere i loro problemi”, spiega la Baker.
Per esempio, la placenta di un’elefantessa africana deve garantire il nutrimento a un unico esemplare per 660 giorni di gestazione mentre la placenta di una femmina di topo può nutrire mediamente 12 piccoli per una gestazione di 20 giorni.

Questi risultati, secondo i ricercatori, sono particolarmente interessanti se si considera che i topolini clonati rischiano facilmente di morire dopo che ha luogo la transizione genetica della placenta.

“Ovviamente il cambiamento che avviene è considerevole” commenta la Baker “Quello che è sorprendente è che a differenza dell’enorme cambiamento che avviene nella placenta, il tessuto, apparentemente, non cambia”.
Comprendere le origini e le funzionalità della placenta si è rivelato utile. Studi precedenti avevano suggerito che la placenta contribuisse a creare i meccanismi per consentire il travaglio. Si sospetta, inoltre, che la placenta sia coinvolta nella preeclampsia, una delle condizione che possono provocare il parto pretermine.

Il gruppo di ricerca spera di apprendere come la placenta protegga la crescita del cervello del nascituro e come la protezione possa essere estesa fino all’età adulta.

 

Fonte: Science Daily

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